perìgeion

un atto di poesia

Un’illuminante empatia (Marco Furia riflette su “Immagini sfuggenti” di Giuseppe Zuccarino)

 

 

di Marco Furia

 

 

L’assidua attenzione che Giuseppe Zuccarino mostra nei confronti dell’opera di Maurice Blanchot, attenzione di cui “Immagini Sfuggenti” è ultima, intensa, testimonianza, esprime, con evidenza, un partecipe, intimo, interesse: circostanza ovvia – si dirà – molto comune a critici e saggisti.
Si avverte però, in questo caso, un quid pluris che, se non fosse assurdo pensarlo, potrebbe essere assimilato a una forma di collaborazione.
Collaborazione a distanza nel tempo, nello spazio e, perfino, oltre la morte?
Di nuovo, è possibile riscontrare qualcosa di scontato: lo studioso non ha certo l’obbligo di occuparsi di autori in vita o conosciuti di persona o per via epistolare (anzi!).
Riscontro nondimeno, in “Immagini sfuggenti”, una controllata, non per questo meno vivida, tensione collaborativa rivolta non tanto ad aggiungere o a completare, quanto a suggerire e illuminare.
Non manca nulla all’opera di Blanchot?
Non è questo il punto, sicuramente.
A pagina 111, dopo una citazione, tratta da “Le mystère de la critique”, in cui il critico viene definito “un sovrano che sfugge all’immolazione”, si legge:
“Diagnosi molto severa, rivolta però contro quei critici (fossero pure la maggioranza) inclini a considerare il proprio come un mestiere di tutto riposo, che consente di descrivere dall’esterno i pericoli in cui incorrono gli autori senza mai doverli subire in prima persona, cioè senza mai fare realmente esperienza della scrittura”.
Zuccarino, per nulla propenso alla noia di un avvilente “riposo”, riesce, nel suo saggistico “fare realmente esperienza della scrittura”, a evitare i pericoli insiti nella scrittura medesima affidandosi a una profonda conoscenza della materia trattata che, per consapevole scelta, non diviene mai erudito schermo difensivo, bensì costituisce origine e sviluppo di un discorso sapientemente empatico.
Essere con anziché essere in?
Direi, essere soprattutto con, ma anche in.
E, sempre, con lucida precisione:
“Ma al di là di questo, Blanchot sembra essere riuscito a condensare nelle poche pagine del racconto [“L’istant de ma mort”] parecchi aspetti tipici, a livello tematico e stilistico, di tutta la propria opera. Essa, infatti, da sempre obbliga il lettore a rapportarsi con una logica inusuale, in cui sono frequenti i paradossi, le incertezze sui tempi e gli enunciatori del discorso, la natura sfuggente (ma proprio perciò anche suggestiva) delle situazioni narrate o, nei testi saggistici, prese in esame”.
L’inafferrabilità della morte è anche inafferrabilità della scrittura?
Che cosa significa scrivere? O, meglio, in che cosa consiste?
Forse nel tendere al “superamento del libro”?
Interrogativi pregnanti e non retorici ai quali mi sembra velleitario tentare di rispondere in maniera esaustiva, definitivamente: ciascuno è invitato a cercare soluzioni a simili enigmi e, forse, nella naturale incompletezza delle proprie risposte riconoscerà una contingenza che non è nemmeno destino ma condizione di vita.
Descrivere illuminando e, a un certo punto, sapersi fermare, non andare oltre, lasciando spazio all’altrui attitudine a condividere con creatività: è questo l’impegnativo (fecondo) “mestiere” esercitato da Giuseppe.

 

Giuseppe Zuccarino, “Immagini sfuggenti”, Mimesis Edizioni, 2018, pp. 150. euro 14,00

 

 

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